L’intervento della Presidente della sezione ANPI “Sette Martiri”, Enrica Berti, alla commemorazione ufficiale nel Laboratorio delle Arti di Ca’ Giustinian per l’82° dell’eccidio dei Tredici Martiri
Buongiorno a tutte e a tutti e grazie di essere qui, in una dimora storica tra le più rappresentative dello stile tardo gotico veneziano, che oggi ospita gli Uffici della Biennale di Venezia (che ringrazio di cuore per la squisita ospitalità).
E Biennale di Venezia per tutto il mondo significa Arte, Luce, Bellezza e Cultura Internazionale.
Oggi però in questo luogo ricordiamo sangue, dolore e lutto.
Il 28 luglio infatti è una data che ci riporta al 1944, il secondo tragico evento di quell’estate di sangue in cui il nazifascismo cercò di sradicare le convinzioni antifasciste e annientare – non riuscendoci – i combattenti per la Resistenza.
Già, perché questo palazzo meraviglioso fu anche la sede del Comando Provinciale della Guardia Nazionale Repubblicana, dell’Ufficio Politico Investigativo del regime fascista, degli Uffici di collegamento tedeschi e fu anche luogo di tortura.
La mattina del 26 luglio 1944, vi fu l’esplosione di una bomba proprio qui, a Ca’ Giustinian. Quindi una rappresaglia.
Fu una rappresaglia temuta fin da quando i carcerati a Santa Maria Maggiore ebbero notizia dell’esplosione e lo scrisse il partigiano Sandrinelli (al secolo Giuseppe Gaddi) sul prezioso libro “1943-1945 VENEZIA NELLA RESISTENZA”, che la Sezione Anpi “Sette Martiri”, che mi onoro di presiedere, ha ripubblicato in copia anastatica per farne anche omaggio alle biblioteche scolastiche veneziane, affinché la memoria della storia recente della propria città sia ancora e sempre a disposizione per le nuove generazioni.
Ci racconta Sandrinelli mentre condivideva con i 13 martiri la reclusione a Santa Maria Maggiore :”(…) la rappresaglia non sarebbe mancata, ma chi avrebbe colpito? Non mancavano fra di noi uomini coraggiosi, consapevoli, eppure quel giorno anche la loro voce tremava. Tremava per l’angoscia che crea una situazione di attesa in momenti così tragici. Ognuno più che a se stesso pensava alla famiglia lontana, agli amici, ai compagni che gli stavano accanto. (…) Al primo piano un giovane che era stato “isolato”e non poteva dialogare, cantava, alla finestra, canzoni libertarie. Era Francesco Biancotto…”
Francesco aveva 18 anni da poco compiuti, era un falegname, comunista, appartenente ai GAP (Gruppi d’Azione Partigiana). Il colonnello Morelli (comandante della GNR) quando lo interrogò, sperava di far leva sulla sua giovane età, ma Francesco rispose testuali parole: “Fucilatemi pure, se volete, ma io non tradirò mai i miei compagni”. Ancora Sandrinelli ci racconta che mentre i martiri scendevano le scale del carcere per salire sul motoscafo che li condurrà qui dove ci troviamo ora, “(…) Biancotto canta Bandiera Rossa sottovoce e il carceriere lo zittisce (…).”
Ecco, ogni anno, quando si avvicina il 28 luglio, leggo questo capitolo, vivendo totale empatia verso questi padri della Patria che non hanno potuto vedere il loro sogno realizzato, ma che hanno contribuito a costruirlo ed ottenerlo.
Questa volta però è stato diverso. Mi ha colpito particolarmente la forza morale del giovanissimo Francesco, la sua maturità, il suo senso di Fraternità verso i compagni di lotta. Quella Fraternità che – come ha sottolineato sabato sera durante il dibattito prima di mangiare in 650 la pastasciutta antifascista in Campo Junghans il Prof. Francesco Clementi – è il terzo valore fondamentale della Repubblica Francese e che trova un po’ sbiadita rispetto ai proclami di Libertà e Uguaglianza.
Io invece penso di no.
Credo che quella sospensione di democrazia che ci fu a Genova, 25 anni fa, dove il governo italiano dimostrò al mondo intero che il movimento nato a Seattle due anni prima – che promuoveva lo slogan “un altro mondo è possibile” – faceva paura.
Tanta paura. E quando si prova paura, la si trasforma in attacco e violenza.
Aveva infatti ragione quell’enorme Rete di associazioni, movimenti e gruppi di protesta (il Genova Social Forum) sul futuro che doveva essere diverso da come lo stavano “programmando” gli 8 potenti della terra. I No Global avrebbero sicuramente offerto ad ogni Paese di appartenenza di quei 200.000 cittadini e cittadine del mondo, i nuovi e le nuove dirigenti politici che vennero invece massacrati psicologicamente e talmente abusati e abusate, violate e violati nei diritti umani che quel luglio 2001 segnò uno spartiacque nelle legittime lotte civili che ogni popolo ha il dovere di sostenere quando la vita non offre più dignità.
Era una battaglia in difesa della Libertà e dell’Uguaglianza dei popoli con la forza della Fraternità.
Le nuove generazioni sanno bene cosa fu quel G8 a Genova.
Ma non si sono fatte intimorire.
Forse è difficile per loro comprendere appieno l’orrore e la paura di chi vi partecipò.
Forse è difficile come lo è per noi quando leggiamo l’orrore e la paura di chi visse durante il ventennio fascista.
Ma i giovani sono assetati di sapere, di con-dividere, studiano e capiscono che bisogna rialzare la testa, insieme. In fraternità.
Scendono in piazza ogniqualvolta l’umanità perde il senso della sua natura, diventa disumana.
Scendono in piazza i giovani!
Organizzano e affollano cortei per difendere il diritto alla vita in Palestina e condannare il genocidio di cui ci stiamo macchiando tutti.
L’elenco sarebbe lungo, lunghissimo.

Da sinistra: Fabio Niero, presidente della sezione dell’ANPI “Silvio Trentin di San Donà di Piave, Marco Borghi, Presidente dell’Iveser, Marco Bellato, Vice Presidente del Consiglio Comunale di Venezia, Enrica Berti, Presidente dell’ANPI “Sette Martiri” e Giovanni Pelizzato, Presidente della Municipalità Venezia-Murano-Burano.
Nonostante i cosiddetti DDL Sicurezza, che nulla hanno davvero a che fare con la sicurezza, bensì solo con la repressione! Perché la sicurezza la si ottiene offrendo alla cittadinanza ciò che la Costituzione della Repubblica Italiana sancisce: una casa, un lavoro, la salute, la dignità.
Pensando al sacrificio dei nostri 13 martiri non posso non tornare con la memoria alla tragedia avvenuta a Bologna. I giovani scendono in piazza per chiedere verità e giustizia sulla morte di persone fragili che non devono mai morire quando sono tra le mani delle forze dell’ordine. E permettetemi di sottolineare che ha ragione il Cardinale Zuppi quando ribadisce che la verità è nell’interesse proprio e primario delle forze dell’ordine.
Quelle che tutelano i cittadini, quelle che non li ammazzano.
Ma i giovani non scendono solo in piazza a protestare.
No.
Le nuove generazioni si recano ai seggi elettorali quando capiscono che il loro voto può davvero fare la differenza e salvare la Costituzione scritta col sangue dei Martiri della Resistenza.
Le nuove generazioni organizzano la pastasciutta antifascista, perché sanno che in una piazza d’Italia vi fu un 25 luglio di grande festa, in cui una famiglia di contadini – che sarebbe passata alla storia del nostro Paese per il massacro di 7 fratelli – propose di festeggiare la fine della dittatura fascista per mano degli stessi gerarchi, con una pastasciutta! Le nuove generazioni sanno pure che papà Cervi ribadì a gran voce NESSUNA VENDETTA, SOLTANTO ALLEGRIA. Questo era il pensiero di chi aveva e avrebbe combattuto il fascismo. Che non fu un’ideologia. No. Fu un crimine. Come non smise mai di ricordarci il nostro caro Sandro Pertini.
Se noi tutte e tutti siamo qui è certo per ricordare l’eccidio dei 13 Martiri, con la consapevolezza che il loro lascito fondamentale vive nelle lotte dei giovani e delle giovani dei nostri giorni, che ne conoscono la storia. Perché conoscere significa non essere sopraffatti da chi vorrebbe con arroganza avere il potere sulle menti. Questo è l’unico modo per essere davvero liberi e onorare la memoria del giovane Francesco Biancotto e dei 12 martiri che morirono con lui.
Venezia, 28 luglio 2026

