L’Anpi Sette Martiri di Venezia sulla mozione n. 29 in discussione il 23 febbraio 2021 in Consiglio Regionale

L’Anpi Sette Martiri di Venezia sulla mozione n. 29 in discussione oggi 23 febbraio 2021 in Consiglio Regionale Veneto e che propone, fra l’altro che “La Regione sospenda ogni tipo di contributo a favore di tutte quelle associazioni che si macchiano di riduzionismo e/o di negazionismo nei confronti delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmata”.


Testo di un immaginario intervento in Consiglio Regionale del presidente della Sezione

È un fatto pieno di significato che nelle istituzioni che si rifanno ai fondamenti antifascisti del nostro stato repubblicano si dia, oggi la parola ad un’associazione gloriosa e autorevole come l’Anpi che rappresenta non solo le migliaia di Partigiani ancora viventi e testimoni della lotta che ha dato la nascita della nostra repubblica, ma ben 120.000 antifascisti che in Italia, in numero sempre crescente, si riconoscono nelle sue finalità; finalità di difesa e trasmissione del valore di quella dura lotta combattuta dai protagonisti per ridare dignità ed un nuovo volto all’Italia abbrutita dalla dittatura fascista e spinta nella polvere della storia per lo scempio delle sue mire espansioniste.
Questo riconoscimento è necessario perché, indipendentemente dall’esito della votazione di oggi, è importante che la voce della Resistenza che oggi è resistenza al revisionismo, al capovolgimento della storia, alla inversione delle responsabilità e delle colpe e alle campagne di delegittimazione, si possa sentire in un contesto istituzionale.
La legge 92 del 30 marzo 2004 istitutiva del Giorno del Ricordo ha un suo significato e una sua finalità se ci atteniamo alla formulazione letterale e un altro, ben più interessante e impattante se la leggiamo nelle sue intenzioni e negli obiettivi dei promotori.
Dal primo livello di lettura si ricavano alcune considerazioni: i due commi di cui è composta possono essere condensati in due concetti:

  • il primo, nel concetto di complessità: la complessità delle sofferenze patite dagli italiani giulianodalmati, complessità che è oltremodo accresciuta dall’oscuramento dei massacri compiuti dai fascisti e dall’esercito italiano nelle terre invase
  •  il secondo nel concetto del valore culturale della storia degli esuli.

I due commi sono strettamente legati perché non si può dare riconoscimento alla storia di una comunità, al suo valore culturale, trascurando l’intenzione di esplorarla. Cioè la complessità della storia non può essere essere sminuita e distorta negli slogan o negli epiteti. Ne va della libertà di ricerca. Quella ricerca che è sostenuta dall’art. 9 della Costituzione che al primo comma recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”.
Se la memoria, per il fatto stesso di essere individuale, soggettiva, di parte, non può essere condivisa, condivisi devono essere strumenti e finalità della storia.
La commemorazione a sua volta, può essere condivisa e compartecipata, a patto che ammetta il confronto documentato sui fatti; e con la disponibilità a raccogliere dati da ogni fonte autorevole, come quella di testimoni ancora viventi che ricordano come l’accoglienza di una parte degli esuli a Venezia fu onorata dalla presenza del sindaco Gianquinto in fascia tricolore e come per loro furono costruite abitazioni che permettessero di riprendere una qualche normalità di vita e come a loro furono assicurati riconoscimenti con agevolazioni nei concorsi pubblici.
Questo atteggiamento è pieno di conseguenze nell’approccio alla legge dal punto di vista delle finalità politiche.
Il 10 febbraio, infatti, vuole richiamare il giorno in cui, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi, che assegnavano, alla Jugoslavia, l’Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia; con l’Italia sul banco degli imputati e che perdeva quelle terre non certo per colpa dei partigiani ma per le precise colpe del fascismo e della sua violenta opera di snazionalizzazione della cultura slava prima e per l’invasione della Jugoslavia poi. Da quella data emerge il richiamo a una giornata che ricorda il conto che il fascismo espansionista ha lasciato in eredità all’Italia e che, in ultima analisi, è stato pagato principalmente dagli italiani che abitavano in quelle zone; una scelta, a ben guardare, autolesionistica, in cui la destra sciovinista che si richiama al fascismo, nel voler ricordare gli italiani sradicati nell’esodo, celebra la sua sconfitta mondiale e pronuncia il suo autodafé.
In quella data, in quella incongruenza, si rivela il progetto politico che sosteneva la legge promossa dalla destra e votata da tutti i maggiori partiti esclusa la sinistra radicale che già prevedeva, descrivendolo chiaramente, il fatto che per quella via ci si prestava ad un’altra operazione politico-culturale che avrebbe parificato, nel tempo, il Giorno del Ricordo al 25 aprile e all’Olocausto. Esattamente l’uso politico della storia che l’Anpi da tempo va segnalando.
È sempre più chiaro che la legge istitutiva è stato il punto d’arrivo di un progetto di lungo corso, di un patteggiamento tra la chimera di una “memoria condivisa” e il più concreto obiettivo della destra postfascista e nuovamente fascista di una riabilitazione della dittatura.
Alla fine, per le stesse considerazioni di convenienza che trattennero De Gasperi dal dare pubblica risonanza alla tragedia degli esuli per evitare rotture con la Jugoslavia di Tito che, dopo il 1948, era diventata un importante partner economico e stato cuscinetto verso l’Unione sovietica.
In quella convergenza politica destra-sinistra, si confermava l’interesse della politica a non approfondire; si accettava la logica nascosta della  contiguità con la data del 27 gennaio, Giorno della Memoria, istituito appena 4 anni prima. Un accostamento condiviso per rimarcare e incoraggiare l’equiparazione delle vittime delle foibe (cui sempre più intenzionalmente ci si riferisce come “martiri”) con le vittime della Shoah. Un racconto pubblico che descrivesse degli italiani anch’essi vittime di un genocidio attuati da un regime. Una narrazione nella quale il collaborazionismo coi nazisti diventasse «eroismo» e «martirio» con tanto di medaglie a veri e propri criminali di guerra e scomparissero i crimini di guerra italiani nei Balcani.
Equiparazione di fascismo e comunismo; una linea continua che ha portato alla deliberazione votata in parlamento europeo in settembre 2019. Una linea che orientava la definizione di male assoluto dal nazifascismo al comunismo allontanando lo sguardo dalle colpe del nazionalismo fascista. Uno sguardo che non poteva soffermarsi, come in effetti non si è mai soffermato, in Italia, sui crimini di guerra del fascismo nelle guerre coloniali: la gasificazione col fosgene o le ustioni di massa con l’yprite o gli incessanti bombardamenti su città e civili abissini in fuga ordinate in Etiopia da Rodolfo Graziani, criminale di guerra mai concesso ai paesi che volevano processarlo e al quale si dedicano monumenti nel comune di Affìle o sulle atrocità ordinate e commesse da Pietro Badoglio comandante del corpo di spedizione in Etiopia o le migliaia di morti, anche tra civili innocenti, spietatamente decimati dalla circolare C3 di Mario Roatta comandante della provincia di Lubiana instaurata dopo l’invasione della Jugoslavia del 6 aprile 1941. Nella circolare si ordinava che: “il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula ‘dente per dente’, bensì da quella ‘testa per dente!’ ”. Il trattamento nei confronti della resistenza jugoslava e della popolazione civile dei territori occupati, accogliendo esplicitamente il principio di correità della popolazione residente in un’area di attività partigiana e assumendo come metodo la politica del terrore contro i civili, prevedeva rappresaglie, deportazioni, confische, catture di ostaggi e fucilazioni sommarie. Nel 1942 gli italiani realizzarono sull’isola croata di Arbe, l’odierna Rab, un campo di concentramento per i civili sloveni in cui in seguito furono deportati anche ebrei croati; vi furono internati più di 10.000 civili, principalmente vecchi, donne e bambini. Secondo il Centro Simon Wiesenthal questo campo, gestito completamente dagli italiani, ricevette 15.000 prigionieri dei quali 4.000 morirono; soltanto nell’inverno del 1942-1943 morirono 1.500 persone a causa della denutrizione, del freddo, delle epidemie e dei maltrattamenti.
In 29 mesi di occupazione italiana della Provincia di Lubiana vennero fucilati circa 5.000 civili ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7.000 persone (su 33.000 deportati), in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento, con circa 13.000 persone uccise su 339.751 abitanti.
Quando ascoltiamo il termine pulizia etnica, prodotto della barbarie slava che poi è il messaggio di pellicole come Red Istria, non possiamo non pensare al discorso di Pola di Mussolini del 1920 in cui questi proclamava: “Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara, io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.
Un progetto criminoso realizzatosi con l’invasione della Jugoslavia di cui ad aprile ricorrono gli 80 anni. Una ricorrenza che non dovrebbe trascorrere senza che le istituzioni diano pubblico e ufficiale riconoscimento delle responsabilità italiane che la convenienza a coprire le vergogne portò ad alimentare nel dopoguerra la favola degli italiani “brava gente”.
Confidiamo che le nostre istituzioni non siano condizionate dall’attuale unanimismo parlamentare per poter cominciare a distinguere tra aggressori e vittime e fare finalmente i conti con il passato.
Questo perché, se nella ricorrenza del Giorno del Ricordo è doveroso commemorare tutte le vittime innocenti, italiane e slave e rievocare con rispetto i disastri sociali e culturali che hanno riguardato la dispersione di intere comunità con i loro patrimoni di saperi legati al territorio, è imprescindibile, al contempo, mettere al centro della rievocazione la causa di queste distruzioni: la guerra di aggressione, sbocco inevitabile di un nazionalismo razzista.
Sulla denunzia delle colpe di quanto accaduto in conseguenza, dei lutti fra i partigiani e fra la popolazione civile, sulle responsabilità delle autorità jugoslave relative agli eccidi e all’esodo, ogni occasione deve essere utilizzata perché, fino a quando non ci sarà un’ammissione di responsabilità, non si potrà imboccare la strada della pacificazione.
Per fare ciò, l’approccio deve essere libero da ogni preconcetto, tanto meno minacciato da dichiarazioni che bollano di indegnità e di negazionismo chi propone verifiche e approfondimenti come ancora una volta avviene col testo proposto nella mozione oggi in discussione. Questo è tanto più inaccettabile quando il termine “negazionismo” viene usato, in un significato invertito, come epiteto violento e definitivo, inappellabile. Invertito perché non si riferisce a chi si rifiuta di sapere (il negazionista), ma viene abbattuto come un manganello su chi propone di conoscere: studiosi ed associazioni memorialistiche che, come l’Anpi, promuovono convegni di storici e inviti al confronto scientifico; associazioni e istituti per i quali, nelle stesse istituzioni, si pretende, addirittura, che vengano privati dei finanziamenti.
Il compito che l’Anpi si assegna è quello di diffondere la conoscenza che è poi quanto ci si propone nel Vademecum per il Giorno del Ricordo che oggi nella mozione viene chiesto di mettere all’indice. Un dovere che ci viene dal diritto sancito nell’articolo 21, in nome, cioè, di quella libertà di espressione alla quale, strumentalmente, i fascisti continuano a richiamarsi nel momento stesso in cui la reprimono. Su questa direzione continueremo, convinti come siamo che agli argomenti si risponde con argomenti, non certo invocando la bestemmia. Se si hanno argomenti non si teme il confronto sul tema. Senza confronto non c’è storia, ma solo propaganda.

Gianluigi Placella
Presidente della Sezione ANPI “Sette Martiri”


Il comunicato del Coordinamento Regionale ANPI
Appello degli Istituti di Storia della Resistenza e degli accademici
La mozione n.29 in Consiglio Regionale

 


 

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