Commemorazione dei Sette Martiri – 3 agosto 2026

L’intervento della Presidente ANPI “Sette Martiri”, Enrica Berti alla Commemorazione dell’82.mo della fucilazione dei Sette Martiri a Castello.

Buonasera a tutte e tutti,
buonasera al Vicepresidente del consiglio comunale Andrea Bellato, e al Presidente della Municipalità Venezia-Murano-Burano Giovanni Pelizzato, che ringrazio per la loro partecipazione a questa importante giornata per la
cittadinanza veneziana.

Oggi ricordiamo l’82mo anniversario del barbaro eccidio dei 7 martiri cui abbiamo appena reso onore con il suono struggente della tromba di Ilic Fenzi, che ringrazio di cuore perché non manca mai in questa ricorrenza a sottolineare il dolore che ogni anno si rinnova.
Si rinnova anche per chi, come molte e molti di noi, non l’hanno vissuta ma l’hanno sentita raccontare dai testimoni, l’hanno letta sui libri, passata da chi ha meticolosamente voluto fissarne il ricordo per mantenere l’insegnamento di ciò che fu e non deve, meglio “dovrebbe”, più essere.

La Sezione “Sette Martiri” ha quest’anno ri-pubblicato in copia anastatica il prezioso libro 1943-1945 VENEZIA NELLA RESISTENZA (curato da Giusseppe Turcato e Agostino Zanon Dal Bo) in cui la descrizione di quella mattina di 82 anni fa viene esposta così accuratamente che sembra di trovarcisi… alle 5 del mattino, assieme al cappellano don Marcello Dell’Andrea, nel carcere di Santa Maria Maggiore, da solo in mezzo a ufficiali e soldati tedeschi. Ci sembra di vederla entrare quella barella cui era legato Alfredo Vivian che si divincolava, protestava ed aveva le piante dei piedi semi bruciate dalle sevizie appena subite.
Sembra di stare lì, con lo stesso animo agitato di don Marcello sul molo, vicino a Vivian in attesa … del motoscafo dove c’erano Alfredo, Aliprando, Bruno, Gino, Girolamo e Luciano. Sembra di sentirle le voci sommesse di quegli uomini mentre il cappellano cerca di offrire loro conforto religioso, sembra di sentire Vivian che li rifiuta. Forse l’unico che capiva ciò che stava per accadere, il suo credo solo e sempre negli ideali di libertà e giustizia sociale: in quel suo grido che sovrastò l’orrendo fragore di 24 fucili “VIVA L’ITALIA LIBERA!!!”

E tutti, tantissime persone sentirono.

Sì, perché alle prime ore dell’alba (verso le 4) di quel 3 agosto, un gran numero di case tra il ponte della Veneta Marina, Via Garibaldi, Riva dell’Impero e Calle San Domenico vennero perquisite dai tedeschi. 136 persone furono portate qui – mani in alto e faccia al muro – in attesa di ricevere l’ordine di voltarsi. Altre 350 persone, compresi ragazzetti, ragazzine, bambine e bambini, vennero obbligate a scendere e a raggrupparsi sempre qui, dove ci troviamo ora… tra il palco e voi seduti davanti. E un ufficiale tedesco lesse ad alta voce testuali parole: “Nella notte dall’1 al 2 agosto, per mano di ignoti, è stata assassinata (…) una sentinella della Marina germanica. Il comando tedesco è venuto nella determinazione di applicare le rappresaglie di guerra per cui in presenza vostra, saranno adesso fucilate queste sette persone ree di atti terroristici, dopodiché tra voi prenderemo 150 ostaggi, la cui sorte dipenderà dai risultati dell’inchiesta in corso”.
E quando fu rinvenuto il corpo della sentinella, non vi era alcun segno d’arma da fuoco né da taglio. Era caduto in acqua in stato d’ubriachezza.
Ma il sangue, quello tracciato da Matteo Alemanno ai piedi dei bambini sulla locandina, quello era già stato versato e i 7 morirono per una ingiusta rappresaglia.

Rappresaglia. Che orrendo vocabolo.
Finita la guerra penso che nessuno avrebbe più voluto sentirla, l’Accademia della Crusca avrebbe forse voluto cancellarla dai vocaboli.
Invece no.
Purtroppo no.
L’abbiamo ri-sentita nella sua violenza più disumana a partire da quell’orrendo 7 ottobre 2023, cui non è seguita la giustizia ma la rappresaglia.
Una rappresaglia senza limiti e sproporzionata.
Una rappresaglia che abbiamo insieme toccato con mano e col cuore davanti all’Ospedale civile il 16 aprile scorso: 18.457 nomi di bambine e bambini palestinesi scritti su tutta la lunghezza di un sudario di 25 metri.
E il silenzio sgomento di quella sera in Campo Ss. Giovanni e Paolo, immagino fosse pure quello di 82 anni fa, qui all’alba.
E pure quello di ieri, alla stazione di Bologna, alle 10:25 del mattino.
Il 2 agosto di 46 anni fa l’Italia subì una “strage neofascista che voleva distruggere i valori della democrazia” come ha scritto in una nota il Presidente Mattarella. Ancora il Presidente richiama “i giovani, rilanciando l’impegno a
salvaguardare il futuro da costruire nei valori di libertà, di giustizia, di democrazia. I valori che la strategia neofascista del terrore pretendeva di distruggere”.

E i giovani non stanno a guardare, non sono ignari, né insensibili al sangue versato dai martiri con cui è stata scritta la Carta Costituzionale.
Lo abbiamo visto in occasione del referendum costituzionale, quando, nel vuoto di una rappresentanza politica che accolga i loro diritti, i loro bisogni, i loro disagi, le loro aspirazioni, a lei si sono rivolti come ultima difesa, e col loro voto decisivo l’hanno salvata. Davvero ancora grazie!

E chissà quanti di quei giovani e quelle giovani che vennero massacrati psicologicamente e fisicamente, tanto da annullarne l’entusiasmo e la forza, 25 anni fa al G8 di Genova, sarebbero oggi – sia in Italia che negli altri Paesi di
appartenenza di quell’esercito pacifico dei 200.000 che fu il Genova Social Forum – dirigenti consapevoli e attenti.
Dirigenti consapevoli per cui forse non dovremmo combattere un capitalismo finanziarizzato e globalizzato che non solo continua ad incentivare la disparità tra ricchi e poveri (non solo tra Paesi ma anche all’interno dei popoli), ma sta sottoponendo il pianeta a un cambiamento climatico che sembra davvero non poter più avere una soluzione, se non si inverte velocemente la direzione.
Perché il loro slogan “un altro mondo è possibile” deve ancora essere il faro per i nostri giovani, che continuano con entusiasmo e consapevolezza a confrontarsi e mobilitarsi laddove c’è bisogno. E oggi ce n’è talmente tanto che ci si trova in piazza continuamente, ma non solo a protestare.
Anche a festeggiare. A rievocare feste passate, come la pastasciutta antifascista che ha visto ben 650 piatti serviti in campo Junghans alla Giudecca, per trarne ancora insegnamento. L’insegnamento di papà Cervi “nessuna vendetta, soltanto allegria”.

Perché in fondo il compito dell’antifascismo nell’oggi, oltre a essere l’inflessibile richiamo alle terribili responsabilità del fascismo di allora e di oggi nelle tragedie, nei lutti, nelle crudeltà inferte all’Italia, è quello di sostenere ogni progetto di una società fondata sull’armonia delle più disparate diversità.
Questo leggiamo in ogni articolo della Costituzione, questo dobbiamo, da antifascisti convinti, perseguire in ogni nostro agire, grande o piccolo che sia. Solo così potremo davvero sconfiggere ogni arroganza fascista, a qualsiasi
livello, istituzionale e non, si trovi.
Non voltiamoci dall’altra parte ma scendiamo in piazza con i giovani, ogniqualvolta ve ne sia la necessità, come dovere civile, per il bene comune.

Grazie dell’attenzione

Venezia, 3 agosto 1944/2026


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