Tutti a casa?

Rivisitazione, con uno sguardo inconsueto, degli avvenimenti dell’8 settembre 1943.
Traendo spunto da alcune considerazioni di Mario Bonifacio, un testimone dell’epoca.

Un titolo di questo genere può far tornare alla memoria il famoso film interpretato da Alberto Sordi, nei panni di un ufficiale dell’esercito italiano all’indomani della dichiarazione d’armistizio effettuata da Badoglio per radio, con cui iniziano le riprese del film.

Lo sguardo, in questa occasione, riprende quello del soldato, completamente disorientato di fronte agli eventi di quei giorni. Unici nella loro dimensione: è la storia dello sfacelo, della completa dissoluzione, in men che non si dica, di un’organizzazione (quella militare) che era stata preparata per vincere, per primeggiare su altri popoli e che invece aveva sostanzialmente collezionato solo inesorabili sconfitte.

Dal punto di vista bellico, quella dell’8 settembre fu molto più di una disfatta: fu l’antitesi della presunta efficienza militare. Lo stereotipo che “favoleggia” soldati preparatissimi che impartiscono ordini che sembrano rispettabili solo per il tono perentorio con cui vengono pronunciati lascia spazio, in questo caso, a tentennamenti, segreti di Pulcinella, direttive mai indicate, mancanza di chiarimenti ai vertici militari italiani, mal interpretazioni e bisticci con gli alleati angloamericani per decidere la data della dichiarazione e per realizzare le conseguenti azioni concordate. La mancata difesa della capitale, delle caserme, degli insediamenti delle truppe italiane (ahimè) di
occupazione nei territori dove erano collocate segnò l’inesorabile fine di un esercito nato male (è l’esercito dell’impero fascista), per fare male (stretto alleato dell’esercito più crudele del ‘900), finito male (con la fuga a Brindisi per difendere re e governo).

Insomma, l’8 settembre fu l’atto conclusivo del disfacimento completo dei sogni di gloria di poco più di un manipolo di fanatici in camicia nera e di un’intera classe dirigente monarchico, fascista e militarista.

Questo dal punto di vista militare.

A me però interessa di più l’ambito civile, il punto di domanda nel titolo non è casuale. Fu davvero un “tutti a casa”?

E qui mi avvalgo del necessario contributo di un testimone diretto di quelle vicende. Mario Bonifacio quell’anno era poco più che un ragazzo di Pirano d’Istria, cresciuto in fretta a causa di quella guerra mondiale, la seconda subita dalla sua gente nell’arco di poco meno di trent’anni. La sua gente, che si è sempre contraddistinta per essere estremamente pacifica. Mario era cresciuto culturalmente attraverso i libri della Biblioteca Civica consigliati da Italo Terrazzer, suo vicino di casa e convinto antifascista.

Noi sapevamo che non avevamo risorse per continuare la guerra, eravamo allo stremo” sostiene Mario Bonifacio, “la nostra aviazione era ormai inesistente, gli alleati bombardavano quello che volevano: ponti, strade, ferrovie, fabbriche e città (c’era già stato il primo bombardamento di Roma)”.

Del momento della dichiarazione ricordo l’esultanza della gente. La Pace era in testa alle nostre aspettative, soprattutto per la fine delle privazioni e la fine dei tanti lutti che colpivano i nostri ragazzi!

Siamo andati a dormire contenti e ci siamo svegliati con le cannonate che sentivamo a Trieste, che parevano fuori di casa nostra, erano per la nave che stava uscendo dal porto per andare a concentrarsi a Malta, seguendo l’ordine indicato dalla Marina militare. In quella nave, affondata nel golfo di Trieste, sono morti una sessantina di nostri giovani. Era il 9 settembre; in una notte i tedeschi avevano già occupato la città di Trieste. Per noi è stata una delusione enorme, proprio un risveglio amaro. È stato come nella canzone “Bella ciao”: “Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor”.

Già. Quello stesso invasore che fino al giorno prima … eravamo noi! I tedeschi si aspettavano da un momento all’altro che l’Italia si togliesse dalla guerra (qualcuno sostiene che ci usassero dal punto di vista militare come “ruota di scorta”, come hanno dimostrato in modo lampante con la repubblica di Salò). I tedeschi sapevano già da tempo che l’esercito italiano non poteva più reggere; certamente perché impreparato (pur con tutta la “fuffa” dichiarata a vanvera per anni dai fascisti); certamente perché mal equipaggiato (e questo è inspiegabile, degno di inefficienza proverbiale); ma soprattutto perché poco motivato e questo, vien da dire per fortuna, visto che della motivazione a invadere, a devastare, ad opprimere si può fare decisamente a meno.

Fatto sta che, per un periodo variabile in relazione alle diverse zone d’Italia, abbiamo provato l’ebrezza di rimanere senza esercito. E, a quanto pare, non ce la siamo cavata per niente male, vista la mobilitazione popolare che è andata a prendere forma. Quella stessa che ha condotto un sempre più importante numero di persone a prendere consapevolmente posizione e a decidere di far parte della Resistenza.

Sì, Mario Bonifacio sostiene che la resistenza sia nata proprio l’8 settembre. “Nelle nostre zone e in tutta Italia la società civile si è spesa in modo entusiasmante per aiutare i soldati allo sbaraglio, soprattutto dando vestiti vecchi – anche stracciati – in modo che non andassero in giro in divisa, perché che sarebbero subito stati catturati dai tedeschi. Sono stati dei veri atti di solidarietà nei confronti di questi ragazzi, spontanei e sinceri. Le mamme dicevano: come io aiuto questi, qualche altra mamma aiuterà il mio. E questo era già un atto di disobbedienza di massa, era già andare contro ai nazisti, i quali avevano messo i bandi ai muri, scrivendo che non bisognava aiutare i militari, i quali dovevano presentarsi ai vicini comandi tedeschi. È già l’inizio della Resistenza”. Anche Anna Bravo, storica contemporanea da poco scomparsa, è di questa opinione; ritiene che l’inizio della Resistenza fu senza armi. Sostiene anche che la Resistenza nonviolenta in Italia fosse una realtà autonoma dalla lotta armata, indipendente da direttive politiche, praticata da moltissime donne.

Già. E qui si apre un capitolo sul riconoscimento dell’azione di forze umane non armate, azione perlopiù disconosciuta, non vista perché non guardata. Noi siamo, e lo dice un convinto antimilitarista, figli di un filone storiografico tradizionale, persistente e inamovibile – praticamente un pensiero unico – che fa capo all’idea che le svolte decisive della storia siano compiute con la forza delle armi. A questa “mancanza” di considerazione, di seria ricerca, di studio approfondito, in Italia si dedica in particolare Enrico Peyretti, intellettuale e attivista per la pace e la nonviolenza, ritenendo necessarie la ricerca e la rivelazione delle realtà di lotte nonviolente da intercettare nella Storia, non nell’utopia.

Peyretti ha svolto un’accurata ricerca di situazioni di resistenza civile che sono state numerose e determinanti per l’esito positivo della Resistenza italiana all’oppressione nazi-fascista. Tra questi, un racconto di Lydia Menapace, nota staffetta partigiana, che ha riportato l’episodio dello sciopero alle Fonderie Sant’Andrea a cui ha partecipato
attivamente nel 1944. Uno dei numerosi scioperi che in Italia e in Europa sono stati determinanti, per numero di adesioni, per la qualità del segnale politico, per la ritrovata unità di intenti del mondo operaio, per l’incertezza provocata all’esercito occupante. Per comprenderne meglio la portata di queste forme di protesta non dimentichiamo che lo sciopero era vietato per legge durante il fascismo: chi scioperava o tentava di organizzare uno sciopero era licenziato e finiva anche sotto processo. Durante la guerra, con le fabbriche militarizzate peggio che mai, sotto i nazisti era un crimine senza speranza. Questi scioperi, in varie zone d’Italia, cominciarono prima dell’8 settembre 1943 (di rilevante importanza politica quelli del marzo ’43 che contribuirono alla caduta del regime il 25 luglio) e si fermarono solo nella primavera del 1945. Si tratta di una forma di resistenza delicata e difficile, condotta “sul filo del
rasoio”: dosare il sabotaggio per impedire la chiusura delle fabbriche. Questo per parlare di una sola delle diverse forme di resistenza civile sviluppatesi in quel periodo.

Riguardo alla loro efficacia, Stefano Piziali (1) , riferisce la testimonianza di Sir Liddell Hart, uno dei maggiori strateghi inglesi: «Interrogando alcuni generali tedeschi, dopo la seconda guerra mondiale, ho avuto l’occasione di raccogliere le loro impressioni sull’effetto delle diverse forme di resistenza che avevano incontrato nei paesi occupati. (…) La loro testimonianza mostrava anche l’efficacia della resistenza nonviolenta. Appariva ancora più chiaramente che essi non erano capaci di affrontarla. Erano degli esperti della violenza, preparati ad affrontare avversari che utilizzassero la violenza. Di fronte ad altre forme di resistenza, essi si trovavano sconcertati, e questo quanto più i mezzi impiegati acquisivano un carattere sottile e nascosto. Si sentivano più a loro agio quando vedevano la resistenza diventare violenta e in modo particolare quando la resistenza non armata si congiungeva alla guerriglia; allora era assai più facile per loro intraprendere una spietata repressione e colpire le due forme di lotta contemporaneamente».

Torniamo a Mario Bonifacio, a cui ho potuto chiedere il parere riguardo a questa considerazione di Ercole Ongaro (2), storico contemporaneo: “L’essenza della resistenza è il suo essere una rivolta civile, morale e politica, non un fenomeno militare. L’uso delle armi dopo l’8 settembre ’43 fu strumentale, non fondativo. Fu contingente, non essenziale, legato cioè al preciso momento storico, con una guerra in atto. Affermare il valore della resistenza non armata ci permette di portare in primo piano il protagonismo della popolazione. Che fu sorprendente, imprevedibile, straordinario. […] Ciò che prima era considerato subalterno … rispetto al ruolo delle formazioni partigiane, acquisisce un valore in sé, un significato più profondo. Quindi anche gesti compiuti da persone comuni disobbedendo a leggi e ordinanze dei poteri nazifascisti, hanno in sé un potenziale di rivolta, di contestazione dell’autorità costituita, di difesa del senso del vivere dal valore immenso. Questa è l’essenza della Resistenza”.

Mario mi ha così risposto: “Condivido largamente questa impostazione. In effetti fu così: la parte meno importante è stata quella militare, anche se in quel momento si sentiva l’obbligo morale di dare una mano a quella lotta che era una lotta europea, generale, contro il nazismo che voleva dominare il mondo. Però era più importante la rivolta morale. C’è stato anche qualcuno che, pur convinto della necessità di prendere le armi, e dare anche questo contributo di forza, si rifiutò di farlo. Per esempio Toni Adami, che fu l’organizzatore della Brigata Mazzini, operante nella zona di Valdobbiadene. Lui era l’organizzatore della Brigata, ma non toccò mai un’arma. In tanti avevano questa coscienza, che era necessario farlo ma non si sentivano di forzarsi a prendere le armi. C’è stato anche questo nella Resistenza. Però la forza che sentivamo era l’appoggio della popolazione. […] Direi che questa è stata la grande forza della Resistenza: l’appoggio della gente ha significato molto e dare un aiuto ai partigiani, accoglierne qualcuno nel fienile, dargli da mangiare un po’ di polenta, significava rischiare la vita. E questo è avvenuto tante volte”. L’arresto, la deportazione, la perdita del lavoro, la casa e il raccolto bruciati, l’uccisione. “Questo era il rischio che correvano i molti che aiutavano, eppure l’aiuto c’è stato. Perché senza l’aiuto della gente un movimento di resistenza non può esistere e neppure nascere, sorgere. E non l’aiuto solo di una parte della popolazione, ma della maggioranza della gente”.

L’intervista a Mario Bonifacio è poi proseguita toccando diversi ambiti di quel periodo e di quello contemporaneo: i cambiamenti (“el rebalton”) tanto auspicati in quel 25 luglio e poi l’8 settembre 1943 e la sopravvivenza alla sconfitta da parte del fascismo anche dopo la Liberazione; le azioni di resistenza civile in Istria; le aspettative rivolte
all’ONU nel dopoguerra per una nuova gestione universale dei conflitti; le preoccupazioni riguardanti la guerra russo – ucraina e la vicinanza ideale a chi oggi – russo e/o ucraino – decide di non combattere con le armi quella guerra, andando incontro alle conseguenze del caso. Quanto emerso dalle sapienti considerazioni di Mario Bonifacio avrebbe meritato la stesura di uno scritto molto più lungo di quanto riportato in queste righe. Intanto ci limitiamo a questo.

Di certo in questa occasione, io ho potuto verificare che il novero delle azioni non armate compiute efficacemente dalla popolazione civile in condizioni anche molto difficili durante l’occupazione nazifascista in Italia, è numerosissimo, almeno quanto quello delle iniziative preparate militarmente. Raffaele Barbiero (3) ha cercato di
riassumerle in queste categorie: 1. boicottaggio sociale e psicologico; boicottaggio economico; boicottaggio del ricostituito esercito fascista; boicottaggio del lavoro; 2. sabotaggio, cioè centinaia di casi di danneggiamento di attrezzature e strutture legate all’attività bellica: interruzione di linee di comunicazione, sconvolgimento della segnaletica stradale, deturpamento dei bandi affissi, falsificazione di timbri e tessere, macchine industriali smontate e nascoste per sottrarle ai tedeschi, sabotaggio delle trebbiatrici (per impedire il prelievo del grano), sabotaggio delle
difese antiaeree tedesche; 3. scioperi e manifestazioni: in Emilia-Romagna, nei 600 giorni di occupazione tedesca, si ebbero 171 giornate di scioperi operai e contadini, o manifestazioni di protesta. Quindi, ogni tre giorni di occupazione, uno fu di protesta popolare e ciò impegnava continuamente ingenti forze dei nazifascisti nel tentativo di bloccarla; 4. comunicazione e propaganda; 5. azioni di sostegno alla Resistenza e ai resistenti.

Ce n’è abbastanza per dimostrare come l’intervento civile sia stato assolutamente determinante per le sorti della Resistenza.

Una considerazione di Angela Dogliotti (4) mi ha particolarmente colpito: “Se la resistenza civile si è fatta strada in tanti casi di conflitto, di occupazione e di oppressione, spesso in modo spontaneo, privo di guida e preparazione, quanto potrebbe essere più efficace se si riuscisse a ragionare a livello politico di alternative alla guerra, predisponendo in tempo di pace i mezzi [anche finanziari (5)] non armati e nonviolenti e le condizioni per realizzarle?”

Cosa stiamo aspettando?

Loris Trevisiol
(operatore sociale, appassionato di teatro civile e autore di racconti storici reinterpretati per il teatro)


(1) Stefano Piziali, autore del fascicolo “Resistenza non armata nella Bergamasca 1943-1945”, edito da Eirene, Centro
Studi per la Pace di Bergamo e Mir, Padova 1984)
(2) Tratto dall’articolo “Camminare l’antifascismo: la memoria come ribellione all’ordine delle cose” di Lorenzo
Guadagnucci
(3) Autore del fascicolo “Resistenza nonviolenta a Forlì” Edizioni La Meridiana, Molfetta 1992
(4) Intervista ad Angela Dogliotti “La resistenza civile vince la guerra” di Maurizio Gelatti
(5) N.d.R.

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